Teatro per adulti

Mandano a cercarmi dei vecchi guitti….in che teatro lavorate» (Il Processo, Cap. X)

con Silvia Lodi, Cristina Mileti, Dario Cadei, Otto Marco Mercante, Giuseppe Semeraro
idea e progetto
 Cristina Mileti
regia Principio Attivo Teatro
musiche originali Kidsok Nuit
collaborazione alla regia e riduzione del testo Fabrizio Pugliese
coordinazione e collaborazione artistica Francesca Manno

 

Il processo

Lo spettacolo nasce da un’idea di Cristina Mileti e dal comune lavoro di sei persone che a vario titolo lavorano in ambito teatrale.
La prima fase del lavoro ha riguardato il testo. Il punto di osservazione del gruppo è stato naturalmente quello della messa in scena teatrale. Come mettere in scena Il Processo e perché metterlo in scena – non solo molto è stato detto sul Processo, ma anche in teatro molto “è stato visto”.

Queste le domande iniziali, alle quali non sono state date delle risposte definitive, ma che hanno fatto germinare altre domande e la possibilità stessa di intravedere territori diversi d’esplorazione. In questo lavoro di scavo, della prima fase di approccio al testo, sempre comunque è stata tenuta ferma la fedeltà alla lettera del testo kafkiano: prima di “tradire” un qualsiasi testo è necessario fare un’indagine accurata (quasi filologica) ed il più possibile rispettosa del contenuto dell’opera e delle intenzioni dell’autore.

Partendo da questa prospettiva, ha assunto particolare valore il retroterra culturale dello scrittore ed il contesto storico nel quale si colloca la sua opera. Come è noto Franz Kafka, ebreo praghese, impiegato presso le Assicurazioni, scrive il Processo nel 1914 (un romanzo da lui considerato incompleto e la cui pubblicazione si deve all’amico Max Brod). La cultura ebraica di provenienza è importante, perché fa comprendere come nei suoi romanzi e nei suoi racconti – e tra questi Il Processo – ci sia una forte componente di humor peculiare di tale cultura (Max Brod, racconta a questo proposito, di quando Kafka, leggendo le parti del suo romanzo agli amici, si facesse delle crasse risate).

Un altro fattore importante ci è sembrato quello di considerare preliminarmente – oltre agli elementi “sotterranei”, legati, per usare le parole di Fromm alla parte onirica e simbolica della storia – gli elementi di concretezza presenti nel romanzo.

Il Processo è anche un atto di accusa nei confronti di una società considerata nella sua dimensione storica. Per fare un esempio: Kakfa ha veramente subito un processo rispetto al quale ha rinunciato a difendersi.
Sulla base di queste precisazioni, si può tornare alla la domanda iniziale: perché mettere in scena Il Processo?

Queste le possibili risposte. Perché è l’esempio di una scrittura antirappresentativa e quindi vicina agli elementi più “teatrali”, se si considera il teatro non come spazio in cui il mondo è rappresentato, ma spazio in cui si può percepire il mondo.
Lo stesso Kafka, inoltre, nel Processo, come in tutti i suoi scritti, fa costante riferimento alla dimensione teatrale dell’esistenza.

Note di regia

Il Processo è un romanzo che costringe il lettore a divenire spettatore di una rappresentazione densa di segni e di simboli visivi. L’intento è stato quello di misurarsi con Kafka ed il suo testo, con la volontà di essere fedeli alle intenzioni dell’autore. Kafka del resto prendeva tutte le precauzioni contro ogni possibile interpretazione dei propri testi.

La ricostruzione di un ambiente quotidiano, una stanza da letto – stanza simbolica di uno spazio interiore – dove gli attori fanno passare attraverso il proprio corpo e i propri gesti il linguaggio “mimico” del testo kafkiano, un codice che sembra avere tutte le caratteristiche del sogno e dell’enigma. Sul fondo della scena due armadi rendono evidente il labile confine che separa Josef dai suoi phantasmata. La “stanza” rimanda costantemente a questa vita sotterranea. E’ infatti il tribunale che incombe sulla vita normale e non la vita normale che accoglie in sé il tribunale.

Essere sottoposto al processo del tribunale corrisponde ad accedere a questa vita nascosta, pericolosa e sfuggente, dalla quale deriva ogni altra vita – e di cui ogni altra vita è solo una debole contraffazione. La ricerca è quella di un senso all’interno di un mondo in cui Josef sprofonda e con lui lo “spettatore”.

Una stanza che da luogo della quotidianità, diviene spazio dell’accadimento scenico. La “stanza di Josef”, subirà continue metamorfosi e continue invasioni da parte di quel mondo sotterraneo che vive dietro la scena, scivolando costantemente in quella dimensione di rappresentazione da cui non si potrà più uscire. Agli attori il compito di costruire attorno a Josef una struttura narrativa, o meglio, una gabbia narrativa, in cui il protagonista sarà costretto a dibattersi senza mai riuscire a venir
fuori in un continuo cambiare di segno, da attore, a personaggio, a macchina di scena, ad altro personaggio.
Dal suo risveglio sino alla fine, Josef K. sarà costantemente “agito” dalla scena, privo di ogni possibilità di fuga dalla scena stessa, senza mai poter riprendere in mano la propria vita, ormai popolata da quelle terrificanti e grottesche creature. «Mandano a cercarmi dei vecchi guitti….in che teatro lavorate» (Il Processo, Cap. X)